Cinquantacinque anni dopo il catastrofico terremoto del 22 maggio 1960, resta indelebile l’impatto del più potente sisma mai registrato.
Con una magnitudo di 9.5, l’evento non solo ha provocato migliaia di vittime e distruzioni immani, ma ha letteralmente trasformato il paesaggio naturale e umano di vaste aree nel sud del Cile, spostando montagne, creando nuovi corsi d’acqua e modificando per sempre l’assetto geologico e sociale della regione.
Alle 15:11 del pomeriggio del 22 maggio 1960, la terra nei pressi di Valdivia tremò per quasi quattro minuti consecutivi. L’epicentro fu individuato nella zona di Traiguén, circa 200 chilometri a nord di Valdivia, epicentro che subì i danni più devastanti. Il terremoto, innescato dalla subduzione della placca di Nazca sotto quella sudamericana, interessò una linea di contatto lunga circa 900 chilometri, causando effetti catastrofici su un territorio di oltre 1.000 chilometri.
La scossa originaria fu seguita nel giro di pochi minuti da uno tsunami con onde alte più di otto metri che si propagò a una velocità di 150 km/h, distruggendo intere città costiere come Corral e spingendo navi fino a due chilometri nell’entroterra. L’onda anomala raggiunse le Hawaii e il Giappone, causando rispettivamente oltre 60 e quasi 140 morti, eventi che spinsero le Nazioni Unite a istituire un sistema internazionale di allerta tsunami nel Pacifico dal 1965.
Il terremoto provocò al contempo modifiche permanenti alla morfologia del territorio: alcune pianure si trasformarono in paludi, interi tratti di costa furono sommersi o cancellati, e piccoli fiumi si ingrandirono fino a diventare corsi navigabili. La liquefazione del terreno comportò ulteriori frane e crolli, mentre l’estuario del fiume Cruces si approfondì, favorendo l’insediamento di nuove specie animali come i leoni marini, oggi una celebre attrazione locale.
La tragedia umana e la risposta della società cilena
Il sisma rase al suolo circa 450.000 abitazioni, costringendo quasi due milioni di persone a lasciare le proprie case. Le vittime ufficiali furono tra 1.500 e 2.500, un numero che, pur inferiore rispetto ad altri terremoti meno potenti, è legato alla minore densità abitativa dell’area e all’orario dell’evento, che consentì una fuga tempestiva. Il post-terremoto vide inoltre l’emergere di una gigantesca opera di ingegneria per contenere il rischio di inondazione causato dal blocco delle acque nel lago Riñihue, a seguito di frane che ostruirono il deflusso verso il fiume San Pedro. Questa operazione, nota come “Riñihuazo”, mobilitò esercito, operai e volontari in uno sforzo collettivo durato due mesi per evitare un disastro ancora più grave.
La ricostruzione della regione fu lenta e complessa. La città di Valdivia, un tempo secondo polo industriale del paese, perse progressivamente la sua vocazione produttiva a causa della crisi avviata dall’apertura del Canale di Panama e accelerata dal sisma. Molte attività industriali chiusero, dando origine a baraccopoli di operai disoccupati. Tuttavia, nel corso degli anni seguenti, la città si reinventò puntando sul turismo, l’università e i servizi, trasformando ad esempio ex stabilimenti industriali in centri culturali e museali, come testimonia la nascita del secondo campus dell’Università Austral, dedicato proprio alla memoria storica della regione.

L’impatto sulle comunità indigene e le controversie sociali (www.allhotel.it)
Il terremoto colpì duramente anche le popolazioni indigene mapuche, radicate nel territorio fin dalla notte dei tempi. Le comunità costiere furono quasi annientate sia dalle scosse che dallo tsunami, e il trauma collettivo si intrecciò con le credenze ancestrali riguardo alla lotta mitica tra le forze della terra e del mare, rappresentate da Trentren Vilu e Caicai Vilu.
Un episodio controverso legato a questo contesto fu il caso di un presunto sacrificio umano compiuto dalla sciamana Juana Namuncura Añén nella comunità di Collileufú, per placare le forze naturali dopo il sisma. Il sacrificio di un bambino di sei anni, José Luis Painecur Painecur, suscitò un acceso dibattito pubblico e mediatico che alimentò discriminazioni e pregiudizi verso gli indigeni mapuche. Le indagini giudiziarie conclusero con l’assoluzione degli imputati, riconoscendo che agirono sotto una forza irresistibile legata alle loro credenze, ma l’episodio rimane uno dei capitoli più dolorosi e controversi della vicenda.
La memoria e la ricostruzione culturale
Nonostante il peso storico e sociale del sisma, nella regione di Valdivia la memoria collettiva sembra essere stata parzialmente rimosso o trascurata. Ogni anno, il 22 maggio, si tengono commemorazioni ufficiali per ricordare le vittime, ma non è mai decollato un vero e proprio turismo della memoria né sono stati realizzati progetti museali significativi. Solo recentemente si è avviata un’iniziativa congiunta pubblico-privata per la creazione di un museo dedicato al terremoto del 1960, ancora però in fase preliminare.
La narrazione del sisma e delle sue conseguenze rimane così un tema delicato e complesso, che intreccia geologia, storia, cultura e politica, riflettendo la resilienza di una popolazione che ha saputo trasformare una tragedia epocale in un’occasione di rinascita e rinnovamento.
L’evento sismico e le trasformazioni geografiche(www.allhotel.it) 






