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Erto e Casso, come rinascono i borghi dopo la tragedia del Vajont: la storia che non conosci

Erto e Casso, i borghi che rinascono dopo la tragedia del Vajont

C’è qualcosa di potente nel camminare per le stradine di Erto e Casso, due borghi della val Vajont in Friuli-Venezia Giulia che portano ancora addosso i segni di una delle catastrofi più devastanti del Novecento italiano. Non è un peso che schiaccia, però. È qualcosa di diverso: una presenza silenziosa che trasforma ogni pietra, ogni vicolo, ogni sguardo sul paesaggio in una lezione di resistenza collettiva. Chi arriva qui cercando solo un borgo pittoresco trova qualcosa di molto più complicato e, alla fine, molto più prezioso.

Cosa successe nella val Vajont nell’ottobre del 1963

Per capire Erto e Casso oggi, bisogna tornare a quella notte dell’ottobre del 1963. Una frana colossale scivolò lungo il Monte Toc e si abbatté sulle acque del bacino artificiale della diga del Vajont. L’impatto generò un’ondata di circa 50 milioni di metri cubi d’acqua che scavalcò la diga e si riversò a valle con una forza distruttiva difficile da immaginare. Il paese di Longarone, a valle, fu praticamente spazzato via in pochi minuti. Migliaia di persone persero la vita.

Erto e Casso, posizionati più in alto lungo i fianchi della valle, subirono danni gravissimi ma non furono completamente travolti dall’ondata. Tuttavia, la catastrofe cambiò radicalmente la loro geografia fisica, la loro struttura sociale e il loro futuro. Le comunità furono disperse, le case dichiarate inagibili, la vita quotidiana interrotta di colpo. Quello che sembrava un destino segnato — l’abbandono definitivo — non si è però avverato.

Due borghi, due anime, una storia comune

Erto e Casso formano un unico comune, ma chiunque li visiti capisce subito che si tratta di due realtà distinte. Erto è il più antico dei due, con radici che affondano in un passato medievale visibile nell’architettura compatta, nelle case in pietra addossate le une alle altre, nei portali scolpiti che resistono al tempo. Casso, più recente nella sua conformazione attuale, si trova in una posizione panoramica che offre una prospettiva diversa sulla valle e sulla diga.

I due nuclei abitati hanno mantenuto nel tempo dialetti, tradizioni e persino credenze parzialmente differenti, pur condividendo l’amministrazione comunale. È una peculiarità rara: un comune che non è mai diventato un’entità omogenea, ma ha conservato la sua doppia natura come una caratteristica identitaria. Questa diversità interna ha probabilmente contribuito alla tenacia con cui entrambe le comunità hanno resistito alla tentazione dell’abbandono definitivo.

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La dispersione e il Comune di Vajont: quando la ricostruzione diventa un luogo

Dopo il disastro, molti abitanti di Erto furono trasferiti in un insediamento di nuova costruzione chiamato Comune di Vajont, pensato come soluzione abitativa d’emergenza per ospitare chi aveva perso la casa. Quello che doveva essere temporaneo è diventato permanente per molte famiglie, creando una situazione paradossale: un comune che porta il nome della tragedia, nato per accogliere chi era fuggito dalla val Vajont, ma fisicamente lontano dai borghi originari.

Questo sdoppiamento geografico ha generato per decenni una tensione identitaria profonda. Chi era rimasto o era tornato a Erto e Casso si trovava a difendere non solo le proprie case, ma l’idea stessa che quei luoghi meritassero di continuare a esistere. Non era scontato. In molte zone d’Italia colpite da catastrofi simili, la risposta istituzionale è stata quella di non ricostruire sul posto. Qui invece la storia ha preso una direzione diversa.

Visitare Erto e Casso oggi: memoria come chiave di lettura del territorio

Arrivare a Erto e Casso oggi significa confrontarsi con un paesaggio che porta ancora visibili le cicatrici del 1963. La diga del Vajont è ancora lì, intatta nella sua struttura — perché la diga non cedette, fu la montagna a cedere — e si può osservare da punti panoramici che rendono la scala della catastrofe concretamente comprensibile. È uno di quei momenti in cui la geografia smette di essere sfondo e diventa protagonista.

Il borgo di Erto, con le sue case in parte restaurate e in parte ancora abbandonate, offre un percorso di visita che non ha bisogno di didascalie eccessive. Le tracce del prima e del dopo convivono nello stesso vicolo. Alcune abitazioni sono state recuperate da privati o da associazioni culturali, altre restano vuote come monumenti involontari. Non è un museo a cielo aperto nel senso commerciale del termine: è qualcosa di più grezzo e più onesto.

Per chi vuole approfondire il contesto storico, il Centro Visite di Erto e Casso offre materiali documentari e percorsi guidati che aiutano a contestualizzare quello che si vede camminando per il borgo. È il punto di partenza consigliato per chi non conosce la storia del Vajont o la conosce solo per sommi capi. Vale la pena dedicarci tempo prima di avventurarsi tra le strade del paese.

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Come arrivare e quando andare

Erto e Casso si raggiungono percorrendo la strada provinciale che risale la val Vajont, accessibile da Longarone — il paese a valle che fu il più colpito dalla catastrofe e che oggi ha una sua dignità ricostruita. In auto, partendo da Pordenone, il percorso richiede circa un’ora. Da Venezia si può raggiungere Longarone in treno e poi proseguire con mezzi propri o con servizi locali.

Il periodo migliore per visitare i borghi va dalla primavera all’autunno. L’estate garantisce la massima accessibilità e la possibilità di combinare la visita con escursioni nei dintorni, mentre l’autunno regala colori e un’atmosfera raccolta che si adatta particolarmente bene alla natura riflessiva di questo tipo di turismo. L’inverno può rendere difficoltoso l’accesso stradale e ridurre la disponibilità dei servizi locali.

Un turismo che chiede rispetto, non solo curiosità

Erto e Casso non sono una destinazione per chi cerca intrattenimento facile. Sono un luogo che richiede una certa disposizione d’animo: la disponibilità a stare con la complessità, a non semplificare una storia che non ha eroi né villain chiaramente definiti, a confrontarsi con le domande che la catastrofe del Vajont ha lasciato aperte — su responsabilità, prevenzione, rapporto tra sviluppo industriale e sicurezza dei territori.

Eppure, proprio questa profondità è il motivo per cui sempre più viaggiatori scelgono di includerli in un itinerario nel nord-est italiano. C’è una domanda crescente di luoghi che abbiano qualcosa da dire, che non si esauriscano in una foto e un gelato. Erto e Casso hanno molto da dire. E lo dicono senza alzare la voce, con la silenziosa eloquenza di chi ha attraversato qualcosa di enorme e ha scelto di restare.

Per chi vuole prepararsi con materiali storici prima della visita, il progetto Le Vie della Memoria offre risorse documentarie utili per comprendere il contesto della ricostruzione post-Vajont e il significato dei luoghi legati a quella vicenda.

Tornare a Erto e Casso, anche solo con la lettura, è già un atto di attenzione verso una parte d’Italia che non ha cercato i riflettori ma merita di essere conosciuta. Questi borghi hanno scelto di esistere ancora, e questa scelta — ostinata, silenziosa, collettiva — è forse la cosa più interessante che abbiano da raccontare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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