Nel corso dell’estate 2026, 25 milioni di italiani hanno scelto di viaggiare mettendo il cibo al centro del proprio itinerario: cantine, laboratori di degustazione, corsi di cucina, botteghe artigiane. Non si tratta di un capriccio stagionale. Il turismo enogastronomico in Italia ha raggiunto una maturità strutturale che nessun operatore del settore può più ignorare, e i dati confermano che la domanda non viene solo dall’estero — è innanzitutto italiana, radicata, e sempre più orientata verso borghi, campagne e produzioni di territorio.
Otto italiani su dieci scelgono il turismo rurale: cosa sta succedendo davvero
Il numero colpisce per la sua chiarezza: 8 italiani su 10 dichiarano di preferire borghi e destinazioni rurali quando pianificano un viaggio. Non è nostalgia generica per la campagna. È una risposta precisa a un’offerta che si è fatta più sofisticata: agriturismi con cucina d’autore, frantoi che aprono le porte per visite guidate, birrifici artigianali inseriti in contesti paesaggistici di valore, mercati contadini che diventano tappe programmate di un weekend.
Le regioni che guidano questa preferenza variano leggermente a seconda della fonte e del metodo di rilevazione. Secondo un’analisi recente, Abruzzo e Umbria si collocano in cima alle preferenze con il 26% ciascuna, seguite da Toscana al 25%, Trentino-Alto Adige al 21% e Marche al 18%. Una seconda lettura, che misura l’amore dichiarato verso il turismo rurale, vede invece Toscana al primo posto con il 19,1%, Umbria al 10,2%, e Puglia al 4,9%. Il dato più interessante non è chi vince la classifica, ma che le stesse regioni tornano continuamente: Toscana, Umbria, Abruzzo e Puglia formano un asse geografico che attraversa l’Italia da nord a sud e che intercetta in modo quasi perfetto le grandi tradizioni dell’olio, del vino e dei prodotti della terra.
Toscana e Umbria: il binomio che non tramonta
Toscana e Umbria condividono qualcosa di più di un confine amministrativo. Condividono un’idea di paesaggio — colline, cipressi, vigneti, oliveti — che è diventata nel tempo un’immagine mentale potente, riconoscibile in tutto il mondo. Ma nel 2026 ciò che attira i viaggiatori non è più solo l’estetica: è l’esperienza diretta della produzione.
Visitare una cantina in Toscana, oggi, significa sempre più spesso partecipare a una vendemmia guidata, assistere alla pigiatura, capire come il territorio influenza un vino. La visita in cantina ha superato — secondo i dati più recenti sul turismo del vino — il semplice acquisto di bottiglie come motivazione principale del viaggio. Il visitatore non vuole solo comprare: vuole capire, toccare, stare dentro il processo. Questo è un cambiamento culturale profondo, e le cantine toscane e umbre lo hanno intercettato prima di molte altre.
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In Umbria, la filiera dell’olio extravergine di oliva aggiunge un ulteriore livello di attrattività. I frantoi aperti durante la raccolta delle olive — che avviene tipicamente in autunno — sono diventati una delle esperienze più ricercate del food travel italiano. Non servono grandi strutture ricettive: bastano un frantoio funzionante, un oliveto accessibile e qualcuno capace di raccontare la differenza tra una cultivar e l’altra.
Abruzzo, il territorio che sorprende chi non se lo aspetta
Il 26% delle preferenze registrato in Abruzzo per il turismo rurale non è casuale. Questa regione ha costruito negli ultimi anni una reputazione solida su un’offerta che combina montagna, costa e produzione agroalimentare in un raggio geografico molto compresso. In poche ore di guida si passa dai vigneti del Montepulciano d’Abruzzo — uno dei rossi più riconoscibili d’Italia — agli oliveti della Maiella, fino ai trabocchi della costa teatina.
È proprio questa varietà compressa che rende l’Abruzzo competitivo nel segmento del turismo enogastronomico in Italia: il viaggiatore non deve scegliere tra mare, montagna e gastronomia. Può avere tutto, spesso nello stesso fine settimana. Il territorio ha anche il vantaggio di essere percepito come autentico — parola abusata, ma qui concretamente giustificata da una rete di produttori piccoli e medi che non hanno ancora standardizzato l’esperienza per il turista di massa.
La birra artigianale entra nell’equazione del viaggio

Un elemento che le classifiche tradizionali faticano a catturare è la crescita del turismo brassicolo, cioè legato ai birrifici artigianali. In Italia, la cultura della birra artigianale si è diffusa in modo capillare negli ultimi quindici anni, e oggi molti birrifici — soprattutto in Toscana, Piemonte, Lombardia e nelle regioni del Sud — offrono visite, degustazioni guidate e abbinamenti gastronomici che competono, per qualità dell’esperienza, con quelli delle cantine vinicole.
Il viaggiatore che sceglie un birrificio artigianale come tappa non è necessariamente un appassionato di birra nel senso tradizionale. È spesso qualcuno che cerca un’esperienza autentica di produzione locale, in un contesto informale e accessibile. I birrifici si prestano bene a questo: sono spesso inseriti in contesti rurali o semi-rurali, raccontano storie di ingredienti locali — luppoli coltivati in loco, malti selezionati, acque di sorgente — e offrono un punto di vista alternativo sul territorio.
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Integrare una visita a un birrificio artigianale in un itinerario enogastronomico più ampio è ormai una pratica comune, e le regioni che hanno saputo costruire una rete di produttori accessibili — con siti informativi, orari di visita definiti e possibilità di prenotazione — stanno raccogliendo risultati concreti in termini di presenze.
Come organizzare un viaggio enogastronomico che funzioni davvero
Il rischio principale del food travel mal pianificato è la frammentazione: si finisce per fare tante piccole tappe senza un filo narrativo, accumulando degustazioni senza costruire una comprensione del territorio. Ecco qualche criterio pratico per evitarlo.
- Scegliere un filo conduttore tematico: olio, vino, birra, formaggi, salumi. Un viaggio centrato su un solo prodotto permette di andare in profondità, confrontare produttori diversi e capire davvero le differenze.
- Prenotare in anticipo le visite in cantina e al frantoio: molti produttori piccoli non hanno personale dedicato all’accoglienza e non possono ricevere visitatori senza preavviso. Scrivere o chiamare almeno una settimana prima è la norma, non l’eccezione.
- Considerare l’autunno come stagione d’elezione: vendemmia e raccolta delle olive cadono tra settembre e novembre. È il momento in cui il paesaggio cambia colore, la produzione è in corso e le esperienze sul campo sono più vive e concrete.
- Affidarsi a reti di produttori certificate: organizzazioni come Città dell’Olio aggregano produttori e comuni olivicoli che offrono percorsi strutturati, riducendo il rischio di trovare porte chiuse.
- Lasciare tempo per l’imprevisto: un mercato settimanale, un produttore incontrato per caso, una sagra di paese. Il turismo enogastronomico funziona meglio quando non è iper-programmato.
Il profilo del viaggiatore enogastronomico nel 2026
Chi sceglie il turismo enogastronomico in Italia oggi non è più un profilo di nicchia. È un viaggiatore trasversale per età e reddito, accomunato da alcune caratteristiche: preferisce la qualità alla quantità delle tappe, è disposto a spendere di più per un’esperienza diretta con il produttore, e considera la sostenibilità — ambientale e sociale — un criterio di scelta, non un optional.
Questo profilo si sovrappone in modo significativo con chi sceglie borghi e turismo rurale: non è una coincidenza. Il cibo è il modo più immediato per entrare in contatto con una comunità, capire la sua storia, sostenere la sua economia. Quando un viaggiatore acquista una bottiglia di olio direttamente dal frantoio, o una birra artigianale alla fonte, sta compiendo un gesto che va oltre il consumo. Sta partecipando, anche solo per un giorno, a un sistema produttivo che altrimenti non vedrebbe mai.
Le regioni italiane che hanno capito questa dinamica — e che stanno investendo in infrastrutture di accoglienza, segnaletica, formazione degli operatori e comunicazione digitale — sono quelle che nel 2026 raccolgono i flussi più consistenti. Non perché abbiano il prodotto migliore in assoluto, ma perché hanno reso quel prodotto accessibile, raccontabile, vivibile. È questa la differenza tra una destinazione enogastronomica e un territorio che produce bene ma non sa ancora come farlo scoprire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








